Villa del Conte, il Caranto e la storia con Venezia.

 

Poco meno di 30 chilometri a nord di Padova, nella vasta area nota come Alta Padovana, ai margini del ben conservato graticolato romano di Camposampiero, si incontra il comune di Villa del Conte.

 

Quasi la stessa distanza, ovvero 30 chilometri di pianura densamente popolata, separano la cittadina dalla bellissima Venezia, ma il legame tra le due è molto più corto!

 

Qualche passo indietro nel tempo e uno sguardo sotto terra… o sott’acqua dimostreranno che entrambe poggiano su un identico sottosuolo: il Caranto.

 

Dal latino caris “sasso”, Caranto è il nome locale per definire uno strato di terra molto duro e compatto, di colore variabile dal marrone chiaro al grigio chiaro con striature color ocra. Si tratta di un sedimento costituito da un’argilla composta da limo e sabbia stratificate, la cui origine viene fatta risalire alla fine del Pleistocene, nel periodo Quaternario.

 

Nei territori attualmente occupati dalla pianura veneto-friulana nella preistoria c’era il mare; l’argilla di cui è composto il Caranto è il deposito detritico dei fiumi che vi sfociavano allora, i quali, con l’arretrare delle acque marine, vennero esposti all’aria asciugandosi ed indurendosi. Nei millenni successivi il Caranto fu di nuovo sepolto dal mare e ricoperto da sedimenti marini ricchi di materiale organico, di aspetto fangoso, che ricoprono ancor oggi il fondo della laguna veneta.

 

Lì, nel delicato equilibrio di uno dei paesaggi più fragili del nord-est, la Laguna di Venezia, il Caranto funge da solida base per l’innesto dei pali che gli antichi costruttori veneziani piantarono per sostenere i palazzi della città.

 

Bizzarra ipotesi quella che ci porta a pensare che quei costruttori, ma anche i nobili che nei secoli resero prestigiosa la città, fossero soliti accompagnare i loro pasti con vini provenienti dall’entroterra: talvolta coltivati in vigneti piantati nel Caranto!

 

La storia conferma il legame tra Villa del Conte e la nobiltà veneziana testimoniandovi la residenza della famiglia Morosini fin dalla seconda metà del 1400, e datando la costruzione del loro palazzo (ora palazzo Carlon) nel 1509. Il potere della famiglia divenne, nei tre secoli di permanenza nell’alta padovana, una vera egemonia territoriale che portò il casato a possedere all’inizio del ‘600, oltre 500 campi di terra nel solo territorio di Villa del Conte: molti dei quali dovevano essere coltivati a vigneto, visto che sono testimoniate numerose spedizioni di vino da Villa del Conte al Doge Francesco Morosini (1619-1694), parente stretto dei nobili comitensi.

 

Egemonia, quella dei Morosini, spartita con l’aristocratica famiglia dei conti Alighieri Serego, che dal 1500 al 1904 regnarono sul territorio possedendo oltre 700 campi coltivati. Nel 1904 la famiglia cedette la maggior parte dei propri possedimenti ai braccianti locali.
Tra i mappali in questione c’era un fondo di 30.000 mq, collocato ad est, poco lontano dal centro di Villa del Conte, da secoli coltivato a vigneto per l’eccellente qualità del vino che le vigne, lì, sapevano dare.

E’ su quelle terre, indivise da oltre 5 secoli, che nasce Più Rosso.

 

 


Santa Giuliana di Nicomedia


Secondo la tradizione, Giuliana nacque intorno al 285 a Nicomedia in Asia Minore. Appartenente a una famiglia pagana si convertì al cristianesimo. Fu promessa in sposa al prefetto della città ma ella pose come condizione al matrimonio la conversione al cattolicesimo da parte dello sposo. Di fronte a questa pretesa fu denunciata dallo stesso fidanzato e condotta davanti al tribunale perché cristiana praticante. Nonostante la prigionia non rinnegò la propria fede e venne condannata a morte. Venne quindi decapitata nell’anno 305.


Secondo la ricostruzione agiografica la Santa fu martire nel 304-305 a Nicomedia (Izmit: città della odierna Turchia). All’epoca del martirio di Giuliana, Nicomedia era stata eletta, dopo Roma, sede privilegiata dell’impero, dove l’imperatore Diocleziano, dopo aver istituito la tetrarchia, pose la propria residenza ed esercitò la sua opera urbanistica. La persecuzione di Diocleziano partì proprio da Nicomedia, ed Eusebio narra che furono individuati e perseguitati cristiani anche negli uffici e nei palazzi imperiali. I martiri di quella città furono svariati e tra questi Doroteo che era un notabile dell’impero, ed Antimo che era vescovo della città. Giuliana era la diciottenne figlia di un funzionario imperiale, ed ella per amore della fede cristiana rinunciò al matrimonio con il prefetto Eleusio. Nessuna lusinga valse a smuoverla dalla sua decisione e perciò subì il martirio insieme con il vescovo Antimo, con Santa Barbara e con altri Santi. Le sue spoglie custodite da una matrona romana, furono venerate nella cattedrale di Cuma, oggi distrutta, che le accolse dopo il naufragio della nave che le conduceva verso Roma.